martedì 14 aprile 2009

Cairns 3 Dicembre

Questa mattina mi sono svegliata all’alba, George invece dorme ancora, lo lascio stare, la giornata sarà dedicata ad un’altra passeggiata lungo la Esplanade per fotografare gli uccelli e una visita al porto per prenotare alcune escursioni. La cosa non ci va molto a genio ma se si vuole visitare la Grande Barriera Corallina, bisogna affidarsi alle agenzie che organizzano tour collettivi.
Mentre aspetto che si svegli leggo qualche annotazione su Cairns. Terra degli aborigeni della tribù Irukandji (che significa letteralmente “dal Nord”). Scoperta nel 1770 dallo zelante capitano Cook, e successivamente meta di continue esplorazioni...

Annoto sul mio taccuino: Verificare se Irukandji e’ anche il nome di una letale medusa di soli 12 mm (?).
La fitta foresta di mangrovie che caratterizzava originariamente l’intera area, ora occupata da case, strade, alberghi, centri commerciali, venne quasi interamente distrutta verso la fine dell’’800 per far posto alla città e al porto costruito per il trasporto dell’oro proveniente dalle numerose miniere che si trovavano all’interno dello Stato.

George si e’ svegliato gli leggo delle mangrovie, un albero che lui adora e decidiamo di andarle a cercare. Il Trinity Inlet e’ il luogo dove ancora si possono ammirare queste piante incredibili che hanno al loro interno un dispositivo per la desalinizzazione dell’acqua salmastra che gli consente di sopravvivere e di bonificare le acque circostanti.
Al porto, centro da cui partono tutti i tour organizzati, ci dicono che c’e’ soltanto una compagnia che organizza una minicrociera al Trinity Inlet. Nel pacchetto dal nome suadente di “Calm Water Cruise” e’ prevista anche la visita ad una delle piu’ grandi Crocodile Farm dell’Australia.
Chiediamo se si può evitare questa parte della visita ma la giovane donna alla reception con la gentilezza tipica anglosassone ci risponde “Mi dispiace, purtroppo non e’ possibile”. Solo gli anglosassoni riescono a dire di no con la stessa grazia e soavità di chi dice: “certo che sì, non ti preoccupare”.
In un piccolo giardino a ridosso del porto veniamo attirati dalla danza amorosa di due splendidi Peaceful Dove, uccelli simili alle tortore, con un piumaggio grigio-beige e striature nere e bianche intorno al collo e alle ali. Il becco e la zona intorno agli occhi sono invece turchese intenso che contrasta con le delicate zampine rosa. Sono bellissimi e scopriremo in seguito che il Peaceful Dove e’ uno degli uccelli piu’ popolari di Cairns.


Paceful Dove


Nel primo pomeriggio, saliamo sulla piccola imbarcazione insieme ad altri 4 turisti e lentamente lasciamo il porto per entrare nella fitta selva di canali, circa 34 chilometri, ed esplorare i 3800 ettari di foresta vergine di mangrovie.

Se si e’ fortunati si possono osservare ben 45 specie di uccelli e centinaia di specie di pesci e, naturalmente anche i coccodrilli. Ma come spesso capita in Australia, gli animali sono difficili da scorgere, specialmente in luoghi selvaggi-su misura solo per soddisfare la curiosità dei turisti. Uccelli, pesci e coccodrilli dell’estuario li abbiamo visti nella carta patinata della brochure.
Le escursioni pret-à-porter sono così: prendere o lasciare.

Per fortuna lo spettacolo delle mangrovie ci ripaga completamente.

Mangrovie

Le Mangrovie sono le creature piu’ intriganti della foresta tropicale. Nel Queensland vivono circa 37 delle 69 specie riconosciute in tutto il mondo. L’aspetto piu’ affascinante e che le rende speciali e’ il complesso sistema di desalinizzazione operato da alcune foglie dette “sacrificali”, che appunto si sacrificano, raccogliendo il sale, cambiando colore da verde a rosso ed infine morendo.
Le radici che affondano nelle paludi salmastre sono avviluppate le une alle altre rendendo il paesaggio assolutamente unico. Mentre la barca scivola lungo l’estuario, ripenso alle foglie sacrificali, alla natura che silenziosamente provvede a se’ stessa. Penso che se questo sistema di purificazione dell’acqua si potesse ricreare sarebbe una soluzione per tutti I Paesi afflitti da tremende siccità.

Dopo un’ora e mezza circa lasciamo questa laboriosa foresta di mangrovie e ci dirigiamo verso la Crocodrile Farm. Lo spettacolo e’ choccante. La guida, una sorta di Cocodrile Dundee in XXIV ci spiega che in questa Farm i coccodrilli vengono allevati per la loro pelle, la carne, e il sangue, quest’ultimo impiegato dalle aziende farmaceutiche che si occupano di ricerca contro il cancro. Sui primi 2 impieghi non ho dubbi, sul terzo penso si tratti di uno dei tanti modi per addolcire la pillola, e mascherare una brutalità in qualcosa di moralmente buono e giusto.
E’ incredibile pensare che oggi ci sia ancora qualcuno che acquista scarpe, portafogli, borse, cinture di coccodrillo, o che indossi pellicce di visone, martora, persiano, castoro, lapin, scimmia, leopardo, tigre, foca, lupo etc…
Quando la guida scopre che siamo italiani si affretta a spiegarci, con un gran sorriso, che quello italiano e’ il loro miglior mercato. Cerchiamo di non far trasparire nulla dalle nostre espressioni ma siamo sconcertati, e un po’ ci vergogniamo. Per fortuna gli altri 4 del gruppo sono intenti a puntare il dito su un enorme esemplare di coccodrillo, che scopriremo in seguito essere usato come toro da monta, “il migliore che abbiamo mai avuto”, si affretta a sottolineare Crocodile Dundee sempre piu’ di buon umore.
La vista di centinaia di coccodrilli immersi in piccole vasche, uno sopra l’altro non ci rende orgogliosi di essere uomini. Lo spazio esiguo in cui sono costretti a vivere amplifica la loro innata aggressività. Guardiamo continuamente l’orologio chiedendoci quando finirà questo supplizio. La ciliegina sulla torta e’ la visita al “macello”, il luogo in cui, quasi quotidianamente, si compiono i massacri scientifici, perché la pelle deve rimanere integra.
Coccodrile Dundee, tira fuori da una borsa di iuta, con la solennità con cui un prestigiatore estrae il coniglio dal cappello, 2 pelli di coccodrillo: una molto pregiata, l’altra di scarsa qualità e si prodiga in spiegazioni invitandoci ad osservare le differenze tra le due pelli. Dopo mezz’ora siamo sulla strada del ritorno, in barca nessuno parla. George ed io ci diciamo che d’ora in avanti non cadremo piu’ in una trappola del genere.
Mentre ripercorriamo l’Esplanade per raggiungere il motel vediamo emergere, a pochi metri dalla riva, la testa di un enorme coccodrillo e poco lontano, un airone bianco che sembra non avere percepito la sua presenza. E’ un coccodrillo fortunato, penso, poi all’improvviso, l’airone con un balzo vola via lontano. E’ comunque fortunato anche se ha perso la sua preda.


Croc

Croc and Heron

Cairns

Il viaggio da Brisbane a Cairns e’ durato poco piu’ di un’ora, una frazione di tempo breve rispetto al lungo viaggio che ormai e’ alle nostre spalle. A fianco a noi un uomo molto gentile che ha voluto cedermi il suo posto vicino al finestrino. Gli australiani sono così: intuitivi e gentili. Ha conversato con noi distogliendo l'attenzione dalla lettura di un libro tecnico sugli aerei, e come tutti gli australiani prima di conoscere i nostri nomi ha voluto sapere da dove venivamo.

E’ piu’ forte di loro conoscere la provenienza dell’interlocutore. E forse non e’ difficile capire il perché. In una terra dove le radici affondano per lo piu’ dall’altra parte dell’emisfero, la curiosità di trovare qualcosa in comune con gli altri e’ piu’ forte di ogni altra cosa (da un censimento del 2006 la popolazione australiana e’ così distribuita: australiani (37,13%), inglesi (31,65%), irlandesi (9,08%), scozzesi (7,56%), italiani (4,29%), tedeschi (4,09%), cinesi (3,37%), greci (1,84%), olandesi (1,56%), indiani (1,18%), libanesi (0,92%), vietnamiti (0,87%), polacchi (0,82%), neozelandesi (0,81%), filippini (0,81%), maltesi (0,77%), croati (0,59%), aborigeni australiani (0,58%), gallesi (0,57%), francesi (0,5%), serbi (0,48%), maori (0,47%), spagnoli (0,42%), macedoni (0,42%), sudafricani (0,4%), cingalesi (0,37%), ungheresi (0,3%), russi (0,3%), turchi (0,3%), americani (0,28%)).

La maggior parte degli australiani e’ di origine anglosassone: inglesi, irlandesi, scozzesi. Tutto parla ancora delle loro origini: gesti, colore degli occhi, atteggiamenti, espressioni, la stessa lingua rimasta per certi versi ancora arcaica, ricca di modi di dire soppiantati nella nuova Inghilterra da slang irriconoscibili, o del tutto dimenticati. In Australia e’ molto comune sentirsi dire “Pardon” ormai caduto in disuso e sostituito dall’onnipresente “Sorry”. E ancora, per le strade di Melbourne, Adelaide, Sydney si captano conversazioni colorite da un forte accento cockney ormai patrimonio del solo East End londinese.

L’Australia e’ una terra che ha accolto gente da ogni dove ma questa e’ storia nota. La macrostoria, quella delle grandi migrazioni e’ ormai un patrimonio comune. In molte famiglie della vecchia Europa c’e’ almeno un lontano parente che ad un certo punto si e’ imbarcato per cercare fortuna in quella parte di mondo così al limite che perfino nel mappamondo si fatica a trovare.

Con lo sguardo fisso sul panorama che si apriva sotto ai miei occhi ho visto finalmente l’Oceano Pacifico e delle formazioni di nuvole molto basse, a filo dell’orizzonte, che per uno strano effetto di luce, cielo e mare creavano insoliti miraggi mai visti prima: nuvole che si riflettono sul mare e poi si sciolgono per riemergere con nuove forme dal mare. Sarà stata la stanchezza, ma ad un certo punto non riuscivo piu’ a capire se mi trovavo immersa nell’azzurro del cielo o nel blu profondo del mare. Le nuvole in Australia sono così meravigliose che possono diventare un’ossessione, e non somigliano a nulla di conosciuto.

All’atterraggio, il nostro compagno di viaggio, con un sospiro di sollievo ha sussurrato tra se’ e se’: “We made it again”. George ed io lo abbiamo guardato stralunati.

Cairns e’ una città turistica che deve la sua fortuna alla vicinanza, relativa (come tutto in Australia), alla Grande Barriera Corallina. A Cairns, l’Esplanade, la lunga passeggiata lungo il mare, unisce i pochi chilometri che separano la periferia al centro cittadino. Strade larghe, semideserte, case ad un piano. In pochi metri un’abbondanza di uccelli mai visti prima: Sharp-tailed Sandpiper, Australian Pelican, Royal Spoonbill, Galah, Cokatoos, White Herron.
E poi gli Eucalipti che in questo viaggio impareremo a conoscere meglio, le acacie, alberi dai fiori rossi e carnosi, lo stupore ad ogni passo per un tripudio di colori e profumi totalmente sconosciuti a noi. Persino in una città “addomesticata” come Cairns si può assaporare l’inebriante potente bellezza della Natura.

Lungo le strade di Cairns si incontrano molti Aborigeni. Nei due viaggi precedenti l’incontro con loro e’ stato superficiale e del tutto casuale. Tra noi e loro c’e’ sempre una distanza incolmabile. L’effetto che ho provato e’ stato di ritornare indietro di milioni di anni. I loro occhi, gli sguardi, i gesti, il modo di camminare appartengono a qualcosa che noi non siamo piu’ da molto tempo. Il faccia a faccia con loro e’ un precipitare all’indietro, alle nostre origini, e forse questo a qualcuno può far paura, o provocare disagio, se non addirittura fastidio.

Io ne sono affascinata, vorrei poter entrare in contatto con loro ma so che questo e’ quasi impossibile. La loro ostilità nei nostri confronti e’ il risultato dell’istinto di sopraffazione, la sete di potere, di una parte di umanità, i cosiddetti “bianchi”, che ha la presunzione di sentirsi al di sopra di tutto e di tutti. Il pericolo che questa superiorità venga in qualche modo smentita da qualcuno che e’ altro da loro, scatena un odio feroce che non lascia scampo.

E gli Aborigeni non hanno scampo da molto tempo. In una terra che era la loro rappresentano appena il 2% della popolazione e di questo 2%, otto su dieci sono dei disperati, schiavi dell’alcool che gli abbiamo fatto conoscere noi, bianchi.

Chi non e’ morto e’ come se lo fosse: zombies che vagano senza meta in città che sono prigioni, costretti, per sopravvivere, a cedere alle lusinghe e ai luccicori della nostra cosiddetta modernità e civiltà. Si salva chi vive ancora nell’outback, libero, terra con terra, cielo con cielo, acqua con acqua, in quell’eterno walkabout attraverso le invisibili vie dei sogni.

Appunto sul mio taccuino: Aborigeni

E’ arrivata la sera del primo giorno, cerchiamo un ristorante e veniamo attirati da un locale molto semplice con le luci soffuse. Leggiamo il menù.

Bush Menù: Emu, Kangaroo, Croc
Great Reef Barrier menù: Shark, Barramundi

Ci accontentiamo di un’insalata e di una 4X ghiacciata, la birra del Quuensland, e poi a dormire, siamo completamente jetlagged!

venerdì 10 aprile 2009

2 DICEMBRE 2008 (TOWARDS CAIRNS)

Siamo arrivati! Il lungo viaggio, nonostante tutto, e’ andato molto meglio di quello che ci aspettavamo.

La prima tratta, la piu’ lunga (12 ore) da Londra a Singapore l’abbiamo fatta in compagnia di John, un curioso cinquantino di Perth (Western Australia) che ad un certo punto ha deciso di cambiare totalmente stile di vita dedicandosi alla produzione di vino.

Well done!

Tra una dormita e l’altra abbiamo conversato piacevolmente, ingannando così la clessidra che in aereo sembra scandire il tempo al rallentatore. John ha girato tutto il mondo e un suo cugino, un coreografo berlinese di 84 anni –non ricordo esattamente il contesto nel quale e’ emerso il cugino- a differenza di lui, il mondo continua a girarlo con ostinazione. E’ divertente, dai suoi occhialini di metallo rotondi sprizzano lampi d’intelligenza ed ironia, i suoi modi sono gentili e misurati, riesce a mantenere un sottile distacco come se tutto quello che gli sta intorno non lo riguardasse.

Dai discorsi inframmezzati da silenzi e omissioni abbiamo capito che le vite precedenti di John devono essere state avventurose e molto complicate. Ora però l’impressione e’ di un uomo sereno e pienamente appagato, e come sempre accade a chi ha scoperto il Nirvana, ben disposto ad offrire, disinteressati e saggi consigli. Stare tra i suoi vigneti di Chardonnay, Cabernet Sauvignon e Shiraz lo fa sentire bene, completamente riappacificato. Ci ha confessato di sperare che i suoi figli, prima o poi, seguano la strada delle vigne che a suo dire, e’ la chiave della felicità.

Alla nostra domanda se a Londra c’era stato per affari, ci ha risposto che i suoi anziani genitori vivono a Cambridge e l’unico viaggio che e’ disposto a compiere una volta all’anno e’ per andarli a trovare.

Noi seppur stanchi, ci sentiamo abbastanza rilassati e tranquilli, le ansie della partenza, lo stress delle lunghe attese in aeroporto, la paura delle interminabili ore d’aereo sono svanite quasi del tutto anche se ci attendono almeno altre sette ore di volo. Al Chanchi salutiamo John, lui prenderà il volo per Perth, noi invece siamo diretti a Cairns, nel Queensalnd, da dove iniziera’ il nostro terzo viaggio nel Downunder.

Fino a Singapore abbiamo inseguito il buio, un viaggio durato 2 notti, e la strana sensazione di aver perso qualche cosa lungo la strada.

Di notte, nelle lunghe ore d’insonnia e di noia, di tanto in tanto, come monaci in cella percorriamo i pochi metri di corridoio a disposizione guardando fuori del finestrino di coda cercando di cogliere qualcosa che ci facesse sperare di non essere immersi in un grande e profondo buio. Dopo ore di speranze infrante finalmente un segno: l’Uluru, il monolito sacro agli Aborigeni, icona dell’Australia, illuminato in tutto il suo perimetro da luci che ce lo hanno fatto sembrare ancora piu’ ieratico e misterioso. Guardando giù dall’angusto osservatorio, con il naso appiccicato al vetro mi e’ venuta naturale l’associazione con “Le Petit Prince”. Quel contorno illuminato, infatti, somiglia molto al disegno fatto dal protagonista raffigurante il boa che ha ingoiato l’elefante e che, immancabilmente gli adulti scambiavano per un cappello.

(tratto da: Le Petit Prince di Antoine de Saint-Exupery)

A colpo d’occhio posso distinguere la Cina dall’Arizona, e se uno si perde nella notte, questa sapienza e’ di grande aiuto.

Ho conosciuto molte persone importanti nella mia vita, ho vissuto a lungo in mezzo ai grandi.
Li ho conosciuti intimamente, li ho osservati proprio da vicino. Ma l’opinione che avevo di loro non e’ molto migliorata. Quando ne incontravo uno che mi sembrava di mente aperta, tentavo l’esperimento del mio disegno numero uno, che ho sempre conservato. Cercavo di capire così se era veramente una persona comprensiva. Ma, chiunque fosse, uomo o donna, mi rispondeva: “E’ un cappello”.
E allora non parlavo di boa, di foreste primitive, di stelle.
Mi abbassavo al suo livello. Gli parlavo di bridge, di golf, di politica, di cravatte.
E lui era tutto soddisfatto di avere incontrato un uomo tanto sensibile.”

L’Australia in un certo senso, e cercherò di spiegarlo piu’ avanti, e’ un boa che ha ingoiato unelefante. “L’essenziale e’ invisibile agli occhi…”, una sorta di mantra che mi accompagnera’ lungo tutto questo viaggio.

I've been looking for you


Searching for something new


You keep my feet on the ground

As you make my world turn around

Keep sending me signals


Don't let me fall by the way

And while the world
Is turning right


You show me the way

To your heart
’Cause when you call my name


It's like the world
Is turning right...

Burrkuwurrkumi
Raywa raywa raywuyuwa
Wirrkul

madayin
Gaywagaywa gaywagaywa
Ditjuman nyaku

gayawak
Raliya dhambal ngayili

And while the world
Is turning right


You show me the way


To your heart
'Cause when you call my name


It's like the world
Is turning right...

Come on show me the way

There is no turning back

It's turning right


Well it's turning right...

I've been looking for you


Searching for something new


You keep my feet on the ground


As you make my world turn around


Keep sending me signals


Don't let me fall by the way

And while the world
Is turning right


You show me the way


To your heart
'Cause when you call my name


It's like the world
Is turning right


(Yothu Yindi - World Turning)

E poi, finalmente e’ arrivata l’alba, i primi raggi di luce hanno lambito in tutta la sua grandezza il deserto australiano che e’ immenso e ancora di piu’ se visto da oltre 10.000 metri di altezza. L’effetto delle rocce rosse modellate dal vento e’ stupefacente, apre ad un mondo di fantasia, strani bestiari si compongono e scompongono in un gioco che somiglia a quello delle nuvole nel cielo.

Queste visioni mi spingono ancora una volta a rispolverare le mie passate letture e ripenso al libro di Chatwin “La via dei canti” e appunto sul mio taccuino: “rileggere”.

L’arrivo a Brisbane e’ traumatico: la stanchezza del lungo viaggio, la tensione, il caldo umido ci travolgono. Dopo le formalità burocratiche e il ritiro dei bagagli siamo riusciti a prendere al volo un trenino diretto ai voli domestici.

Destinazione Cairns.


Siamo ritornati!

Il nostro viaggio in Australia e' finito, a dire il vero gia' da un po', purtroppo non abbiamo avuto il tempo di aggiornare il blog on the road e quindi abbiamo deciso di pubblicare a puntate il nostro diario. Molto presto, o cosi' almeno speriamo, saremo in grado di mettere on-line il taccuino e una selezione di foto.

Vi anticipiamo che e' stato un viaggio bellissimo, al di la' delle nostre aspettative, e forse per questo ci siamo presi un po' di tempo per 'digerire' tutte le emozioni che abbiamo provato nei mesi trascorsi in Australia. Il tempo ci ha aiutato a rimettere ordine nei nostri ricordi e a prendere quella giusta distanza per raccontarvi tutto nel modo migliore.

Vi diamo appuntamento nei prossimi giorni con la prima parte, intanto grazie a chi continua con pazienza a leggerci e ai nuovi lettori. Con piacere abbiamo visto che il nostro contatore ha segnato il primo giro di boa dei 1000 visitatori, grazie per noi e' un gran traguardo, a presto, anzi prestissimo e buona Pasqua.



domenica 23 novembre 2008

STRAIGHT AHEAD TO AUSTRALIA!

Ed e' arrivata l'ora di partire!

A fine mese lasceremo alle spalle la neve di Londra e l'impaziente inverno che gia' scalpita in Italia.

Tutto e' pronto. Ormai da mesi stiamo studiando gli itinerari piu' belli e quelli meno conosciuti.

A chi, almeno idealmente vorra' seguirci, lasciamo le nostre tracce:

Cairns - Brisbane

Brisbane - Sidney

Sidney - Hobart (Tasmania)

Hobart - Melbourne

Melbourne - Adelaide e Kangaroo Island


Adelaide - Londra

Il Natale e il Capodanno lo trascorreremo in Tasmania, in compagnia di Ariella, Byron, John, Giovanni, Roberto, Giulia, le Carbonare, Nick il Barone Rampante (di cui vi daremo gli aggiornamenti sullo stato dell'arte della sua "casa-faro"), e tutti gli amici che abbiamo incontrato l'anno scorso e che ci aspettano con grande emozione (naturalmente reciproca).

Terremo un diario, questa volta ce lo siamo imposto! Non vogliamo dimenticare nulla: luoghi, colori, profumi, emozioni, suoni. Tenteremo di pubblicarlo (in tempo reale) nel blog cosi' da mantenere i contatti con tutti gli amici di Wandrian e di Neverneverland.

Mandateci commenti, e-mail, domande, consigli.


A questo punto carissimi amici vi abbracciamo, vi auguriamo un Buon Natale e un Felice Anno Nuovo (tanto per essere degli originali), e a presto su questo blog!





domenica 24 agosto 2008

The Year of a Magical Thinking



A Londra piove come non faceva da 91 anni! Le passeggiate nei parchi o lungo le rive del Tamigi sono rinviate a tempi migliori.

Nei rari momenti in cui non piove si esce a cercare la luce, ma niente illusioni, ci sono 20 gradi al massimo, e alla sera, almeno per noi che non abbiamo piu’ 20 anni, (per i piu’ giovani al contrario la nightlife londinese e’ ricchissima di eventi e divertimenti di ogni sorta) delle buone anzi, ottime alternative sono la scoperta di pub, i cinema, meglio quelli d’essay (aspettando che la Mostra del Cinema di Venezia ci regali qualche gioiellino) e, over the best, il teatro.

A Londra i teatri non mancano: dai fringe a quelli piu’ celebri non c'e' che l’imbarazzo della scelta. In questi giorni, il National Theatre a Southbank ripropone: “The Year of Magical Thinking” (l'anno del pensiero magico) un monologo tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Joan Didion, scrittirice americana, rubricista, saggista, e interpretato dall'attrice inglese Vanessa Redgrave.



La scenografia curata da Bob Crowley e’ essenziale: una sedia, una sorta di spalla della Redgrave, lo scenario dominato dal bianco, dal nero e dal grigio, perche’ e’ proprio di questo che tratta il monologo: la vita, nella sua quotidianita’, nella sua rassicurante certezza che all’improvviso cessa, e tutto cambia, tutto diventa un vortice nero. Quando poi il vortice si ferma si entra in una zona grigia, per esplorare se’ stessi e quel che sta intorno, per interrogarsi e cercare delle risposte, per piangere anche, per ricordare, perche’ ad un certo momento fa bene anche ricordare, e poi non ricordare (se si e’ capaci) che non vuol dire dimenticare, perche’  questo e’ l’unico modo per continuare a vivere.

La storia in breve: il 25 dicembre del 2003 la figlia di Joan Didion, Quintana viene portata al Pronto Soccorso di un ospedale di New York per una banale influenza degenerata poi in polmonite e shock settico. La sera del 30 dicembre la Didion e il marito, lo scrittore John Gregory Dunne, rientrati a casa dall’ospedale dove e’ ricoverata la figlia chiacchierano, aspettando di mangiare. John ha un bicchiere in mano e improvvisamente si accascia: Then he wasn’t. Wasn’t talking. John stava parlando e un attimo dopo non parlava più.

 

Life changes fast

Life changes in the instant.

You sit down to dinner and life as you know it ends.

The question of self-pity


Questo e’ il nero, il bianco sono i ricordi di Joan: le estati a Malibu’, il matrimonio della figlia, il lessico familiare, una sorta di linguaggio in codice che solo loro conoscono e capiscono: “I love you more than even one more day”.

Il tema centrale e’ comprendere cio’ che non puo’ essere compreso, e’ il pensiero magico se…

Se non butto via le sue scarpe lui ritornera’; e’ il modo in cui Joan allontana la realta’ da se’, e’ il Sisifo di Camus che sfida la montagna e vince sulla morte. E’ il cerchio che separa il mondo magico di Joan in cui tutto e’ bene e il mondo che sta fuori.

Nell’agosto 2005 la Didion ha ultimato il romanzo che parla della morte di John e la figlia Quintana, improvvisamente, muore.

Joan Didion non ha cambiato il racconto per parlare della sua morte: “E’ finita,” ha detto soltanto. 

La prima cosa che mi sono detta e’ stata: ”come si fa a portare a teatro tutto questo? Un monologo che puo’ diventare melenso, noioso, pesante, perche’ e’ cosi’ il dolore degli altri. Noi non lo vogliamo conoscere, ci fa paura, fa tremare le nostre certezze, cio’ che agli altri accade a noi non puo’ succedere…

La risposta e’ venuta fin dalle prime battute da Vanessa Redgrave:

“This happened on December 30, 2003. That may seem a while ago but it won’t when it happens to you.

And it will happen to you. The details will be different, but it will happen to you.

That’s what I’m here to tell you”.

 

Per un’ora e quaranta minuti Vanessa Redgrave ha raccontato senza enfasi, con naturalezza, misurando momenti di humour a momenti di dolore, il riso e il pianto proprio come nella vita. Lei e’ stata suoerba, meravigliosa, magnetica! La ricordavo nel bellissimo film di Zimmermann, “Giulia”, lei ancora giovane ma gia’ cosi’ carismatica, l’ho rivista oggi ed e’ ancora giovane, ancora cosi’ carismatica.


Quintana, John e Joan a Malibu'


venerdì 22 agosto 2008

A proposito di alberi: A Tomb with a View

Gli alberi di Kekova
Lo storico e studioso degli alberi, l'Anglo-Irlandese Thomas Pakenham nel libro intitolato “Remarkable Trees of the World”, edito a Londra dalla Weidenfeld & Nicolson, presenta la foto di un maestoso, antichissimo ulivo abbarbicato tra le rocce della necropoli che sovrasta il villaggio turco di Kekova. Pakenham cita Eraclito e alcuni passi tratti dal poema 'Heraclitus' di William Johnson Cory (1823-1892), che vi riportiamo qui di seguito.

"A Tomb with a View"

And now that you are lying, my dear old Carian guest,
A handful of grey ashes long, long ago at rest...”


If you are looking for a good place to lay your bones -or your ashes, like Heraclitus in the poem above- may I recommend this delightful corner of south-west Turkey now called Kekova. It was formerly the Greek olive trading port of Tristomo ('Three Mouths'). The place is full of amenities – a medieval castle to defend you from pirates, an acropolis and theatre for Greek tragedies and a luxurious necropolis. The tombs have the best view of all: to the north, the mountains of Lycia, snow-capped in spring; to the south, a languid view of the Aegean through drifts of olive trees.

Pakenham continua spiegandoci come le iscrizioni greche minacciassero gli eventuali vandali dal manomettere i sarcofagi, ma che poco riuscirono come deterrente per i ladri. La parola latina, sarcofagi significa mangiatori di carne, e l'autore usa lo humour inglese per fare una battuta noir. Ma ci dice anche, piu' seriamente, che gli ulivi tutt'intorno contrastano il senso della morte in quanto rappresentano la vita, millenari come sono. Esclama Pakenham: " If only we could imitate the olive!" E poi osserva che l'Eraclito del poemetto di Cory, lui che beato viveva nella Caria, trova l'immortalita', come i versi finali rilevano con la metafora degli usignoli che eternano il suo canto. Ancora dal Poema Heraclitus di William Johnson Cory:

They told, Heraclitus, they told, me you were dead;
They brought me bitter news to hear and bitter tears to shed;
I wept, as I remembered, how often you and I had tired the sun with talking, and sent him down the sky.
And now that you are lying, my dear old Carian guest,
a handful of grey ashes, long, long ago at rest,
still are thy pleasant voices, the nightingales, awake;
for death, he taken all away, but them he cannot take.